Prologo/C’è un temporale in arrivo

Riprese la pagina. Ricominciò. Dai suoi pensieri le parole presero forma, sul foglio bianco, candido, violentato dalla scarica continua e ininterrotta di incubi e sogni fatti d’inchiostro, come cicatrici che percorrono il petto di un grifone. E piano piano, da quelle cicatrici, da quella scrittura nervosa, fatta di angoli e linee, prese forma una città, buia, solitaria, percorsa da strisce di luce, solchi profondi tagliati nell’anima della notte, ultima frontiera tra la città assonnata e lo scurore avvolgente della sera, né luna né stelle a vegliare in cielo. L’acqua e la terra si mischiano in lontananza, giocano con le nubi basse, cariche di pioggia, spettrali, trasformando le montagne in una pura percezione sensoriale. Un traghetto passa lontano, carico di turisti festanti. Il vento porta le loro voci, ubriache e straniere. Un vecchietto passeggia fischiettando sul lungolago. Una figura scura, lunga, avvolta in un corto mantello, appoggiata alla ringhiera, guarda l’orizzonte. Sotto il cappello un sorriso appare beffardo sul suo volto. “Cattivo Voodoo” sussurra, prima di voltarsi e sparire nella notte buia. Era tornato il suo regno. Era tornato il suo tempo. Corto mantello, Lungo cappello.

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E’ solo euforia.

Ci sono quelle sere in cui il tuo nome è solo un suono senza importanza. Ci sono quelle sere in cui la tua storia è solo una delle tante. In cui il tuo passato è solo una foto sfuocata in bianco e nero. Ci sono quelle sere in cui non ti devi preoccupare di quanto sei sbronzo. Ci sono quelle sere in cui non ti conviene pensare. Ci sono sere in cui non importa quanto provi a cambiarti, quanto provi a migliorarti, perché tanto non dipende da te. O almeno ti conviene pensarlo. Ci sono quelle sere in cui l’aria è calda e rilassata. In cui i sorrisi fioccano come neve a natale. In cui ti conviene accettare per una volta, una volta sola, quello che sei. questa è una di quelle sere. Per cui rilassati. Fai un bel respiro e bevi. Le bollicine ti migliorano la vita. Bollicine. Rapide, scattanti, Frenetiche, bollicine. Hai un problema? Parlane con loro. Ti ascolteranno, sapranno sempre come consigliarti. hai perso il lavoro? Bollicine. Ti han rubato la macchina? Bollicine. La tua vita fa schifo? Doppie bollicine. Ti colpiscono il fondo della gola quando inizia a raschiare. Occhio quando fai i brindisi. I bicchieri da prosecco sono facili da rompere. Avresti da preoccuparti delle scheggie di vetro nella carotide. e stasera non devi preoccuparti di nulla. Cosa ti muove? Cosa ti spinge ad essere così? Non lo sai neanche tu. E in fondo non te me frega una beneamata. Giusto così. Non sentire il dolore. Non sentire il piacere. Sei accigliato e non sai nemmeno tu il perché. Vai a sbattere contro uno grosso quanto una cabina armadio. Occhio, tigre. Sorridi. La sottile linea che si pone tra l’essere sbronzi e l’essere presi a cazzotti è a poco dall’essere marcata. Stai schiscio. Bollicine, bollicine, bollicine. Ti senti come se camminassi tra due ali di folla festanti, inneggianti il tuo nome. In realtà non è così, ma va bene uguale. Perché per una sera, una sera soltanto, non importa. Niente ha importanza e tutto è fondamentale. Che ti credi. è solo euforia.

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E’ tutta colpa di Grey’s Anatomy.

La vista va e viene. Flash di luci e suoni. Tanti suoni. Ho provato l’amaro del capo e l’amaro montenegro questa sera. Prima volta. C’è sempre una prima volta, in tutto. Rutto, silenziosamente. Cristo. Queste cose non le reggo. Le mie terminazioni nervose scorrono in cortocircuito. Neuroni si spengono come le luci di natale. E nemmeno dio sa quanto io ci tenga a lor signori neuroni (la parola dio nel dizionario t9 si trova solo al terzo posto, dopo fin e ehm. Viviamo davvero in tempi bui). Mi dicono che O’malley morirà. Mentre la stevens sopravviverà al suo tumore. Mi spiace per O’malley, ma sicuramente meglio lui di me. Ma anche no. E’ tutta colpa di Grey’s Anatomy.  C’è troppo poco tempo qui dentro. Devo uscire. Spazio. Tempo. Aria. La mora è la sorella della bionda. E io che pensavo fossero solo amiche. Cammino perché questa sera mi va di camminar. In questo momento sono alto 2 metri e la suola delle mie scarpe battono un terreno che non conosco. Porfido sembra. Il coach mi cammina al fianco come un fido segugio. Stasera sarà lui a vegliare su di me. Non capisce la parola porfido. Notte dopo notte. Mi indicano una macchina su cui salire. Salgo. Mi danno un’euro. Rimane brillante sul mio ginocchio. Mi offrono una cicca. Rifiuto con un no, grazie. So dove sei, o forse non lo so. Mi viene in mente un ragazzo che parlava con un palo della luce. Adesso è padre, cazzarola. Però col palo sono rimasti amici. At 187 tm. Targa di auto davanti a noi che mi si pianta come un chiodo nel cranio. Non riconosco il modello. Scia verde. Nient’altro. Ho bisogno di bere. Acqua però. Hippie del cazzo, non lo bevo il vostro sidro. Certa gente annega i propri dispiaceri nell’alcol. Io li annego nel cloro. Anche se stasera non dovrei parlare. Scendo dall’auto. Cerco di camminare dritto su una strada che non è la mia, forse di qualcun’altro, che in questo momento vorrebbe essere me, ma che porco cane non sa quanto io vorrei essere  qualcun’altro in questo momento. Non lo capisce che nemmeno io vorrei essere io? Dio (che non sa di essere dio ma crede di essere un cretino qualunque) mi ha detto di fare una lista di quello che mi sono perso. Io posso solo fare una lista di quello che ho perso. O di quello che ho preso. Mi fa male la faccia. Ho fatto a cazzotti e manco me lo ricordo. Rabbia, forza, potenza. Tre parole, due concetti, un mantra. (io ho steso lui o lui ha steso me? Schiva e jab, schiva e jab…). Oh, bad karma, abbiamo fatto seriamente incazzare qualcuno lassù.  ditemi che non è vero. ditemi che è stato tutto un sogno e che domani mi sveglio e affronto il primo giorno di prima elementare (Con i power rangers al tuo fianco tutto diventa più semplice). Davvero non mi incazzo, se mi dite che è tutto uno scherzo non mi incazzo. Parola di boyscout.

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Io ci provo.

Ok. Questo dovrebbe essere il primo post. Dovrebbe essere qualcosa di particolare. Dovrei spiegare che cosa faccio. Che cosa voglio. Perchè scrivo. In realtà non lo so neanche io tanto bene. Voglio dire, scrivo perchè mi piace, perchè lo trovo divertente, perchè è uno sfogo. Ma aprire un blog è tutta un’altra cosa. Avere un blog lo considero un po’ come un esperimento. Non so dove mi condurrà o a cosa mi porterà. Un po’ come prendere l’autostrada senza una direzione precisa. Io ci provo. Vediamo cosa ne esce fuori.

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